Silhouette di una persona che pratica la posizione del terzo guerriero. Sullo sfondo, un tramonto dai colori pastello
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Virabhadra, il mito del guerriero buono

La prima volta in cui mi sono trovata a praticare yoga, mi sono imbattuta quasi subito negli asana del guerriero, Virabhadra I, II e III. È una posizione molto famosa ed effettivamente non conosco un solo insegnante che non l’abbia proposta almeno una volta nelle sue lezioni.

Eppure, nessuno mi aveva mai raccontato del collegamento tra gli asana e le leggende della mitologia induista. L’ho scoperto solo qualche mese fa, durante una classe online di Vinyasa Yoga. L’insegnante ce lo disse subito: “Ragazzi, nella classe di oggi vi racconterò del mito di Virabhadra. E lo farò mentre transiterete in ciascuno dei tre guerrieri, così potrete attingere alla sua energia e farne tesoro!”

Fu davvero così. Da allora, quando mi muovo attraverso i tre guerrieri, so che non sto semplicemente eseguendo un asana. Sto accedendo a un’energia antica, potente, primordiale che risiede proprio dentro di me. L’energia di Sati, di Shiva. L’energia dell’eroe buono: virabhadra, dal sanscrito vira, eroe, e bhadra, buono, amico.

Sapevi che il mito nasce da una storia d’amore? E per quale altra ragione dovrebbe appassionarci, se non per questo?

La storia di Virabhadra ha inizio così…

Sati, una delle tante incarnazioni di Shakti, incontra Shiva, gran maestro di yoga e divinità maschile per eccellenza della mitologia induista. I due si innamorano perdutamente e decidono di sposarsi, ma la loro unione è ostacolata dal padre di lei, Daksha, che di certo non vuole dare la figlia in sposa a un giovane scapestrato con i dreadlock in testa.

Quando Sati entra in età da marito, Daksha organizza una festa alla quale invita tutti gli uomini liberi eccetto Shiva. La speranza è quella di trovare il candidato perfetto tra i presenti, ma la giovane, quando arriva il momento di scegliere, lancia una ghirlanda in cielo e invoca il nome di Shiva. Il dio appare di fianco a Sati e indossa la ghirlanda che, secondo la tradizione, avrebbe fatto di lui il prescelto. Alla fine, a Daksha non resta altro che rassegnarsi all’idea di cedere la figlia in sposa al tanto odiato Shiva.

Tuttavia, dopo il matrimonio, il rapporto tra Daksha e la figlia si incrinò notevolmente. Daksha organizzò un’altra festa, ma questa volta non invitò né Shiva né Sati. La figlia, addolorata per il suo rifiuto, decise comunque di recarsi al banchetto per affrontare il padre, ma la sua indifferenza la ferì al punto da indurla al suicidio. Alcune versioni del mito dicono che Sati si lanciò nel fuoco rituale, altre che fu la sua stessa rabbia a farle prendere fuoco. Altre ancora, sostengono che entrò in un profondo stato meditativo e qui morì di sete e fame.

La nascita di Virabhadra

Quando Shiva venne a sapere della morte di Sati, la sua collera fu immensa. Shiva non è certo il tipo di dio che si intende scomodare e questo Daksha lo avrebbe presto imparato a sue spese. Nella mitologia induista, l’ira di Shiva è nota per la sua enorme potenza distruttiva. In una delle sue tante forme, la sua forza ha infatti il potere di distruggere ciclicamente l’Universo.

Così, Shiva, in preda alla collera, si tagliò una ciocca di capelli e la gettò per terra con forza disumana. Da quella ciocca emerse Virabhadra, il guerriero d’acciaio, fiero, muscoloso e dall’aspetto terrificante, con tante braccia e tre occhi. Shiva gli diede l’ordine di decapitare Daksha e di berne il sangue e Virabhadra obbedì, facendo esattamente ciò che Shiva gli aveva comandato. A quel punto, Shiva si recò sul luogo del massacro e, mosso a compassione, decise di riportare in vita Daksa. Sostituì la sua testa con quella di un ariete e in quel modo ripristinò l’equilibrio nel mondo.

Tuttavia, la morale della storia risiede nel suo valore simbolico. Daksha rappresenta l’ego, che mette in pericolo e poi distrugge l’amore (Sati). Shiva, tramite il suo guerriero, interviene per neutralizzare l’ego e ricordargli di stare al suo posto, che non è di certo a comando della mente!

Vediamo adesso in che modo gli asana del guerriero riflettono questa bellissima storia.

Virabhadrasana I

Rappresenta la nascita di Virabhadra. Il momento in cui il guerriero sorge dalla ciocca di capelli di Shiva, brandendo la sua spada sopra la testa con fiducia e fierezza. Virabhadra nasce dalla terra, quindi è sicuro, forte, radicato e trae la sua forza da questo elemento. Virabhadrasana I è una posizione di forza, ma anche una posizione di equilibrio: stimola le energie del primo chakra e ci permette di entrare in contatto con la nostra forza interiore.

Virabhadrasana II

Rappresenta l’eroe nell’atto di prendere la mira, poco prima di sconfiggere Daksha, il suo nemico. Sembra quasi stia tendendo l’arco o preparandosi a sferrare il colpo: il suo sguardo è concentrato, infonde coraggio e determinazione. Dicono che in questa posizione il volto si contrae in un’espressione particolarmente corrucciata, come se anche noi, insieme a Virabhadra, ci stessimo preparando ad attaccare.

Virabhadrasana III

Il terzo guerriero, a differenza degli altri due, abbandona forza e stabilità per protendersi in avanti, alla ricerca di una condizione di equilibrio. Può rappresentare la decapitazione di Daksha o il momento in cui Virabhadra ne depone la testa su un palo. In questo momento, non c’è più differenza tra l’eroe, la sua spada e il suo agire divino: questi tre elementi, come uomo, spirito e divinità, diventano un’unica forza che tende verso l’equilibrio.

Una volta sconfitto l’ego, non resta che restaurare la pace interiore.

Fonti:
La storia di Virabhadra – Isvana Pranidhana
Il mito dietro le Asana: Virabhadra, il Guerriero I, II, III

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